1. Zenmac 2 è su zenmac.it →

    Zenmac 2 è arrivato e come vi avevo annunciato non è più su Tumblr. Correte suZenmac.it.

  2. Articolo meraviglioso →

    Magari smetterò di irritarmi ogni volta che apro Mail.app/Sparrow.

  3. The Mac App Store: Pear Note →

    Quando qualche giorno fa ho parlato del MAS, l’ho fatto da un ottica prettamente da utente, dimenticandomi in maniera becera di dare un punto di vista diverso: quello dello sviluppatore.

    Vi riporto quindi uno dei tanti stralci di testimonianza che si trovano in giro per i blog. Non sarà andata a tutti così, ma è troppo notevole per non parlarne.

    I’ll get right to it. The Mac App Store has more than doubled total revenue from Pear Note, and I’m ecstatic. Sure, others are seeing orders of magnitude improvements, but doubling sales is plenty for me. Note that this happened without playing any pricing games or doing any other unusual stunts. Pear Note on the store is $39.99, the exact same price as it is and always has been when purchased directly.

  4. Cambiamento feed

    I preparativi per Zenmac 2 stanno andando a gonfie vele, conto di mostrarvelo nel giro di un paio di giorni. C’è però prima qualcosa che ho bisogno di chiedervi. Il nuovo blog avrà un nuovo indirizzo (non sarà su Tumblr) e di conseguenza cambierà il feed RSS.

    Con un minimo di lungimiranza (che avrei dovuto avere in passato) mi sono iscritto a Feedburner in modo da evitare futuri problemi di questo tipo.

    Dovreste quindi aggiornare i vostri RSS reader con questo nuovo indirizzo: http://feeds.feedburner.com/zenmac.

    Sarà poi FeedBurner ad occuparsi delle modifiche necessarie con zenmac 2 e di tutte quelle future.

  5. Il Mac App Store?

    Ormai è fisso nel mio dock da un po’ di tempo. Inizialmente pensavo di togliere l’icona, sono molto rigido su cosa deve stare nel dock e cosa no. Lui stranamente non se n’è ancora andato. Ho persino deciso di ripristinare il MacBook Pro con una installazione nuova di zecca di Snow Leopard per risolvere alcuni inspiegabili problemi e a sistema operativo appena lanciato, ho subito notato come mi mancasse lo strumento principale per installare i software essenziali.

    Tanto, troppo, troppissimo è già stato detto sul MAS. Mi limito quindi a dirvi cosa ne penso in questi giorni di utilizzo. La prima cosa che ho notato è che difficilmente avrà una crescita paragonabile a quella degli AppStore per iOS. Perché? Semplice, il prezzo medio delle app su iPhone si aggira sui 2/3€, quelle sul MAS si avvicinano facilmente ai 30/40€. Sicuramente la gente ci pensa un po’ più a lungo. In questo contesto sicuramente avrebbe fatto molto piacere avere un sistema di demo e trial, trovo semplicemente inspiegabile e assurda questa mancanza. 

    La qualità degli applicativi è piuttosto alta. Sono entrati subito a gran voce alcuni personaggi molto importanti: Evernote, Mindnode, Jumsoft Money e tutte le app di iLife e iWork. Inutile dire come si senta la grande mancanza di Adobe, Microsoft e di software house più focalizzate su mercati di nicchia. Nel mio caso Native Instruments, Ableton e Propellerheads. E’ pur vero che pacchetti di questo tipo hanno prezzi che difficilmente rimangono nelle due cifre.

    In ogni caso è piacevole leggere le review, anche se la sindrome da “dò una stella perché non so usarlo” già presente negli AppStore mobile, è quantomai diffusa anche qui. 

    A mio modesto parere un sistema di trial è l’unica cosa veramente fondamentale. Servono anche altre aggiunte: specialmente sul versante licenze (soprattutto quelle già acquistate). In ogni caso passarci del tempo a scoprire cosa c’è di nuovo è dannatamente divertente.

  6. Il trionfo della superficialità giornalistica

    Qualche settimana fa tutti i blog del settore hanno parlato di come l’iPad abbia sostanzialmente fallito la sua missione di salvare magazines e riviste. Un po’ per le applicazioni mediocri che sono state sviluppate, un po’ per i contenuti sempre meno al passo con quello che è possibile trovare in rete. Personalmente però sono sempre stato convinto di una cosa. Il giornalista, quello vero, è in grado di dare al lettore un’analisi che va ben oltre il fatto puro. E’ in grado di guardare le cose da un punto di vista più elevato, percepire la visione d’insieme. Ho sempre pensato che il giornalista si occupasse di un’arte diversa da quella del blogger. Più raffinata, sofisticata.

    Va da sé che da questo ambiente bisogna escludere la quasi totalità delle pubblicazioni italiane e la cosa è effettivamente triste. C’è solo una testata a cui sono abbonato, che ho sempre letto volentieri e che ho sempre trovato allineata all’idea di giornalismo a cui sono affezionato: Wired. Ciò che ho sempre amato di Wired è il fatto che discute di tecnologia inserendola in contesti più ampi. Ha un taglio (se vogliamo) simile a quello di questo blog. Ma mi ha fatto una brutta sorpresa.

    Ieri sera ho aperto il numero di gennaio, bella copertina, colorata e studiata bene. Ho sonno e poco tempo quindi schizzo a leggere gli articoli più brevi. Il primo che mi capita sotto mano è a pagina 118: fa parte della rubrica Sans Papier ed è scritto da Maurizio Ferraris, “professore di filosofia teoretica all’Università di Torino”. Leggetelo.

    L’articolo vuole essere un’analisi originale di come l’iPad integra la nostra memoria e la nostra “anima” proseguendo la tradizione di tutta una serie di altri strumenti considerati storicamente importanti, dalle tavolette di cera alla carta e penna. Vero. Ma, sul serio? Questo è ciò a cui un professore universitario e filosofo può arrivare nell’analizzare come un dispositivo tecnologico può aver cambiato/migliorato/peggiorato le nostre vite? Questa è l’analisi approfondita e giornalistica che è in grado di fornirci? Mi innervosisco, ma vado avanti.

    Mi spiego. Un primo nome pensato per l’iPad era McTablet.

    Forse era MacTablet e non McTablet (a meno che non si parli di un nuovo panino di McDonald’s di cui non so nulla). Posso accettare che una persona che non è appassionata commetta questo errore, e non è affatto grave. Ma che i correttori di bozze non lo vedano, su un mensile di tecnologia, lo è invece. E tanto.

    Ecco cosa si compra quando si compra un’iPad: un’anima, un “animated book”, un “a-book”.

    Ok. Cioè? Come siamo passati da “anima” ad “animated book”? Solo a me sfugge la logica? Ma ero ignaro di cosa mi aspettava nel finale.

    Il problema, semmai, è che, come tutti i prodotti Apple, quest’anima ha un carattere fortemente proprietario, può servirsi solo delle applicazioni e dei sistemi pensati a Cupertino. Sicché a volte viene il dubbio che invece di comprarci un’anima supplementare abbiamo venduto la nostra anima al diavolo, sotto le fattezze beneducate e sorridenti (sebbene lievemente demoniache) di Steve Jobs.

    Ripeto, sul serio? Qualcuno ha letto questo articolo prima di mandarlo in stampa? Qualcuno si è reso conto di quanto è delirante? Mi astengo dal commentare la solita storia del software proprietario, non è questa la sede, ma in tutto questo continuo a non trovare il filo logico del discorso.

    L’iPad è un supplemento all’anima perché ci permette di scrivere e ricordare, quindi è un a-book, ma un po’ demoniaco.

    Wired, da voi decisamente non me l’aspettavo. La superficialità con cui è stato scritto questo pezzo è degna degli articoli di tecnologia che appaiono sui peggiori quotidiani politici (e credo che i miei lettori percepiscano di cosa parlo). E’ evidente che l’autore non sa minimamente di cosa sta parlando, che l’analisi è campata in aria e non solo non dice alcunché di nuovo, ma quel poco contenuto presente è argomentato in modo delirante.

    Vi prego, non costringetemi a scrivere un altro post così. Vi ho sempre difeso, anche quando avete ricevuto tonnellate di critiche per le varie copertine con Fiorello, calciatori e gente varia. Ma così non va. Tornate ad essere dei giornalisti. Di gente che si riempie la bocca di argomenti che non conosce è pieno il mondo. 

  7. Un’ode a Instapaper

    Difficilmente qualcuno di voi non conoscerà Instapaper. Per chi di voi non lo ha mai sentito nominare o semplicemente non ha mai avuto voglia di approfondire la sua conoscenza, esso è un servizio che permette la lettura (anche offline) di articoli, pagine di blog e pressoché qualunque altra cosa previo la pressione del pulsante “Read Later”.

    Mi spiego meglio. Avete 10 minuti di tempo, fate una scappata su Reeder e trovate un bellissimo articolo da 7000 parole che vorreste sicuramente leggere ma che al momento dovete necessariamente accantonare. Cosa fate? Premete “Read Later”, sia esso un bookmarklet sul vostro browser o un pulsante integrato in moltissimi software sia per computer che per dispositivi mobili. Quando aprirete Instapaper (website o applicazione), troverete una lista di tutti gli articoli che avete accantonato, formattati per essere facilmente leggibili su un iPhone o (soprattutto!) un iPad, racchiusi in una delle interfacce più efficaci che l’umanità abbia mai partorito.

    E’ un servizio veramente semplice, e nella sua semplicità è geniale. Anzi, di più.

    Col diffondersi di Twitter, degli status su Facebook e di queste altre micro-scritture si era addirittura cominciata a vociferare la morte dei blog. Nessuno aveva più voglia di leggere contenuti più lunghi di due o tre righe. Inoltre, iPhone e cloni con i relativi data pack hanno mobilizzato in modo impressionante il nostro utilizzo della rete. Ricordiamoci che fino a qualche anno fa, internet era relegato sullo schermo del nostro computer. A casa, in ufficio, in un internet cafè forse. Ma sicuramente non in metropolitana, in coda in un negozio, in sala d’attesa prima di andare dal medico.

    Addirittura, ricordo bene un articolo apparso su Wired USA che decantava come i nuovi servizi di short (e micro) blogging stessero surclassando abbondantemente i lunghi articoli dei blog tradizionali.

    Twitter — which limits each text-only post to 140 characters — is to 2008 what the blogosphere was to 2004. You’ll find Scoble, Calacanis, and most of their buddies from the golden age there. They claim it’s because Twitter operates even faster than the blogosphere. And Twitter posts can be searched instantly, without waiting for Google to index them.

    Era un articolo avveniristico e divise il web, con moltissime persone che difendevano a spada tratta il loro lavoro. D’altronde era impossibile dare completamente torto al giornalista americano. Gli utenti volevano post più immediati. Iniezioni di contenuto. Quell’articolo che voleva essere (e per certi versi a ragione) un’analisi lungimirante del futuro decisamente non teneva conto di Instapaper.

    Così, lo stesso tempo che impiegherei a leggere un tweet è lo stesso necessario per archiviare in Instapaper un articolo molto lungo. E grazie alla possibilità datami dall’iPhone, potrò leggerlo facilmente mentre sarò in sala d’attesa, in metropolitana, in coda in un negozio e così via.

    Instapaper ha permesso ad un certo tipo di letteratura elettronica, per molti versi più analitica e impegnata di qualsiasi tweet, di sopravvivere e anzi diventare la protagonista assoluta del web portatile. 

    Chiaramente, c’è anche ReadItLater che fa esattamente la stessa cosa. E penso che ce ne siano almeno un’altra decina di servizi simili. Ma Instapaper è disegnato esattamente come lo avresti voluto. Il pulsante giusto è sempre nel posto giusto, e le funzioni che vengono introdotte man mano sono praticamente sempre utili. Cose che non avresti mai chiesto ma che non puoi fare a meno di trovare comode e ingegnose una volta che le hai. In più è veloce, stabile, affidabile. E’ come ogni servizio cloud-based dovrebbe essere.

    Ultimo ma non ultimo, è gratuito. Ma io ho comprato la versione a pagamento. Fosse anche soltanto per premiare un’idea congegnata bene e sviluppata ancora meglio.

  8. Buon Natale da Zenmac

    Non posso perdere l’occasione di augurare uno splendido Natale a tutti i fedeli lettori di Zenmac. Non dimenticate di dirci tramite Twitter quali iGadget vi ha portato Babbo Natale!

    Nel frattempo, mi permetto di segnalarvi due bundle natalizi che stanno facendo il giro del web e che potrebbero fare comodo a qualcuno.

    The Little App Factory ha un interessante offerta per ottenere tutti i loro software (e sono ottimi, credetemi) ad un prezzo molto molto scontato. Inoltre, tramite Daring Fireball potrete avere un ulteriore riduzione grazie ad un coupon code (che non mi permetto di incollare qui).

    Da un’altra parte invece, i ragazzi di Fusion Ads (forse il più interessante circuito pubblicitario del web) hanno presentato un pacchetto di applicazioni rivolte al pubblico di web developers e designers. Se siete interessati a quei programmi, il prezzo è strepitoso.

    Ricordatevi però che qualcosa che costa poco non è mai un affare, se non vi serve.

    E con questo, vi invito a staccare per qualche ora gli occhi dai vostri scintillanti iCompagni, godetevi il Natale, la famiglia e, se siete a Milano, la neve che a quanto pare dovrà scendere tra qualche ora :)

    Buon Natale da Zenmac! 

  9. @zenmacblog

    Oggi arriva la prima di una cascata di novità. Secondo i miei piani, le altre giungeranno tutte insieme, in un unico boom.

    Per il momento però ecco una delle cose più richieste in assoluto. Arriva @zenmacblog, il profilo ufficiale di questo blog su Twitter.

    Vi permetterà di tenervi informati sulle news del blog senza dover armeggiare con l’RSS e inoltre ricevere link consigliati e altre informazioni utili che magari non compariranno mai sul blog.

    E’ anche il modo migliore per alimentare il dibattito attorno a ZenMac. Volete commentare un post? Suggerire qualcosa? Segnalare un prodotto? Una mention a @zenmacblog è sicuramente il mezzo più veloce.

    Il consiglio è quindi quello di cliccare “Follow”, per una questione di comodità e per non perdere nulla di ciò che Zenmac ha da offrire.

  10. Tutto il mondo parla di Viber

    Viber, Viber, Viber. Non si parla d’altro e la cosa è sensata. Si tratta di Whatsapp per le chiamate, lo aspettavamo tutti no? Sì certo. Quelle che seguono sono due righe di riflessioni personalissime su questa applicazione riferite unicamente alla versione attuale della stessa. Non è escluso che dal prossimo aggiornamento cambi tutto.

    Viber è una bella, bellissima idea. A dire il vero è un’idea che tutti avevamo e che loro hanno avuto il coraggio di sviluppare mettendosi a confronto con realtà come Skype e Nimbuzz. Tanto di cappello. Hanno inoltre seguito la strada geniale intrapresa da Whatsapp un annetto fa: evitare registrazioni, login, status e quant’altro e puntare sul puro utilizzo. Funziona, e questo è quello che conta. Hanno anche avuto lo straordinario coraggio di pubblicizzare il fatto che non si limita a funzionare in Wi-Fi ma anche con rete 3G facendo leva sul malcontento creato da Apple sulle scelte riguardo a FaceTime. In ultima analisi, hanno rilasciato l’applicazione gratuitamente. Una strategia di marketing assolutamente ineccepibile. Ma…

    Ma il boom con cui sono arrivati sull’AppStore si è portato dietro una serie di lamentele riguardo a bug strutturali di cui purtroppo Viber soffre. E non si tratta di problemi minori ma di cose che compromettono seriamente l’utilizzo. Ad esempio, (proprio come Whatsapp) appena installiamo l’applicazione essa farà uno scan dei nostri contatti per poi comunicarci chi di loro è utente Viber. Peccato che è l’ultima analisi che farà. Se dopo questo momento tutti i nostri amici avranno installato l’app, noi non lo sapremo. Non c’è un pulsante refresh, chiudere l’applicazione dalla switchbar non risolve il problema e pare che l’unico modo sia disinstallare Viber e reinstallarlo. Cosa che francamente mi sono rifiutato di fare. In più i crash sono abbastanza numerosi.

    Ora, nessuna applicazione può uscire esente da bugs, ma nella loro eccezionale strategia i ragazzi del team di Viber hanno forse dimenticato un dettaglio. Era scontato che il loro prodotto sarebbe finito sotto i riflettori di tutto il mondo. In una situazione come questa, bug fastidiosi come quello che ho descritto rischiano di diventare l’unico oggetto di discussione e compromettere pesantemente il lancio di un servizio altrimenti così ben studiato. A dire la verità non è neanche un “bug”, ma una mancanza di una funzione fondamentale. Ed è un peccato, perché per il resto la realizzazione è davvero ottima (a parte qualche ritardo nelle notifiche che spesso fa perdere la chiamata in arrivo, ma non sono sicuro che sia colpa loro).

    Spero davvero che un aggiornamento esca prima che questi problemi lascino un segno definitivo sul marchio di Viber e tra le altre cose spero che tutta la questione dia un messaggio molto chiaro ad Apple: vogliamo FaceTime in 3G.

    PS: in origine dovevano davvero essere due righe. Mi sono lasciato prendere la mano, scusatemi.